News n.2 - 31/01/2007

 

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  News n.2 - 31/01/2007
 
 

L’AGROALIMENTARE  CUORE  STRATEGICO  DELLO  SVILUPPO

L’agricoltura, nelle moderne economie post-industriali, assume una nuova, decisiva centralità.

Non è più solo il settore che produce per “riempire gli stomaci”: determina anche le condizioni che possono incidere sulla qualità della vita e la serenità delle persone.

 

La produzione di alimenti sani e genuini si collega strettamente alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, diviene dunque fattore di equilibrio progressivo fra i viventi (umani e non) e il territorio.

 

Con il complesso sistema di rapporti che può sviluppare – interpersonali, interterritoriali, interculturali, di produzione e trasformazione, fino alla riduzione dell’inquinamento, alla prevenzione di malattie (non solo di origine alimentare), all’incremento del turismo, delle bioenergie ecc. – l’agricoltura è proiettata a divenire il volano vitale del progresso presente e futuro.

 

L’Italia costituisce al riguardo un caso emblematico. Il nostro territorio nazionale è costituito per il 76,8 per cento da aree collinari e montane e per più dell’80 per cento da aree rurali, dove l’agricoltura, anche quando non è in grado di svolgere un ruolo economicamente decisivo, contribuisce, comunque, a determinare le caratteristiche sociali, ambientali e paesaggistiche.

 

Circa 5.800 comuni, sugli oltre 8.000 presenti in Italia, hanno meno di 5.000 abitanti e costituiscono la vera spina dorsale di un sistema socio-economico che continua a essere fondato su piccole comunità e piccole-medie imprese, le cui possibilità di sviluppo sono, indissolubilmente, legate al territorio.

 

Con queste caratteristiche del nostro sistema agricolo, l’Italia, se accettasse di misurarsi con gli standard di competitività imposti dall’attuale globalizzazione “unipolare” e omologante, avrebbe di fronte una sola prospettiva: quella del sottosviluppo e dell’emarginazione.

 

Al contrario: facendo leva con decisione sulle peculiarità originali della nostre produzioni agroalimentari – dunque esaltando i tratti della tipicità, della tracciabilità, della genuinità, del legame inscindibile territorio-storia-cultura (territori-storie-culture) – l’Italia è nelle condizioni non solo di crescere, ma anche di dare un contributo creativo, specifico e ineguagliabile, verso quella globalizzazione multipolare, multiculturale, multiproduttiva e democratica, che è necessaria al mondo, nel confronto fra le molteplici diversità compresenti e conviventi.

 

Per questi motivi, la valorizzazione delle risorse endogene locali e dei rapporti che legano l’agricoltura alle altre componenti socio-economiche presenti sul territorio, e specificatamente quelli intrattenuti con il mondo delle imprese artigiane e delle piccole-medie imprese della trasformazione nelle varie filiere, è l’unica alternativa possibile – la più moderna e innovativa – al modello di sviluppo uniformante di cui è portatrice l’attuale globalizzazione.

 

Stanno qui le ragioni di fondo – strutturali, culturali e strategiche – che rendono gli Ogm incompatibili con la nostra agricoltura.

Al di là di ogni altra considerazione in merito ai diritti di brevetto e alla innocuità per la salute e l’ambiente, gli Ogm sono inaccettabili, perché economicamente non convenienti.

 

Ciò è stato ben compreso dalla gran parte dei cittadini e degli amministratori locali, tanto è vero che, in Italia, tre quarti delle Regioni e un numero crescente di comuni (circa 3.000 negli ultimi due anni, con la prospettiva di arrivare presto a 5.000) si sono dichiarati “liberi da Ogm”, evidenziando una consapevolezza che non lascia adito a dubbi.

 

Gli Ogm sono infatti espressione di un modello di sviluppo fondato sull’appiattimento e sull’omologazione dell’agricoltura al servizio di logiche industriali, antitetico a quello necessario al nostro Paese, che ha bisogno non di cancellare, ma di esaltare le proprie peculiarità e, quindi, le caratteristiche di varietà che rendono il nostro sistema agroalimentare unico nel mondo.

 

Lo stesso principio vale per l’UE: ciascuno dei 25 Paesi che la compongono, e l’Unione nel suo insieme, hanno tutto da guadagnare nella differenziazione e rafforzamento delle proprie specificità produttive in campo alimentare, a maggior ragione nell’ambito della crescente concorrenza globale.

 

Il principio dello sviluppo agricolo autocentrato è vitale pure per i Paesi del Terzo mondo. Solo concentrando gli sforzi nella valorizzazione delle proprie risorse autoctone  (varietà di suoli, climi, colture, culture, tradizioni), essi potranno spezzare la catena dello “sviluppo del sottosviluppo” e contribuire da protagonisti alla globalizzazione multipolare e condivisa.

 

Il settore agroalimentare italiano ha la possibilità di realizzare una svolta storica, divenendo motore strategico di sviluppo della nazione e permettendole di svolgere un ruolo di avanguardia rispetto ai Paesi europei e a livello mondiale.

 

Le condizioni favorevoli attuali permettono di crearne altre. Mai come adesso è possibile e necessario un progetto politico integrato, finalizzato a tutelare e valorizzare il ruolo e le diverse identità territoriali della nostra agricoltura, e a costruire, per ciascuna di esse, una dimensione propria nell’ambito dello “spazio globale” che va definendosi su scala planetaria.

 

Occorre un profondo ripensamento delle politiche nazionali e regionali, la cui portata non dovrà più essere settoriale, ma territoriale.

 Sarà fondamentale il ruolo delle politiche nazionali e regionali che, associandosi a quelle comunitarie (PAC e politiche di sviluppo rurale), dovranno consentire di modulare l’intervento pubblico in funzione delle caratteristiche e delle possibilità di sviluppo delle diverse forme di agricoltura presenti sul territorio.

 

Soprattutto sarà di essenziale importanza che, nell’ambito delle politiche economiche generali, si tenga maggiormente conto delle implicazioni e del ruolo economico, sociale e ambientale che l’agricoltura è in grado di svolgere.

 

In particolare, l’agricoltura dovrà essere al centro di un più ampio disegno di pianificazione territoriale di tutte le politiche che riguardano le aree rurali e i sistemi locali: dalle politiche di recupero delle aree periurbane, a quelle di rivitalizzazione delle aree interne e di montagna, alle politiche ambientali ed energetiche per l’applicazione del protocollo di Kyoto.

 

 Poiché l’attività agricola è sempre più condizionata dallo strapotere dei grandi gruppi oligopolisti, che impongono i prezzi dei fattori produttivi e dei prodotti agricoli, a farne le spese sono sia gli agricoltori, i cui livelli di reddito sono sempre più compressi, sia i cittadini “consumatori” – in specie quelli delle fasce più deboli – che sono costretti ad acquistare prodotti sempre più uniformati a prezzi sempre più alti.

 

La maggioranza degli agricoltori è ormai costretta a produrre unicamente in riferimento agli standard imposti dall’industria e, quindi, a indebolire il rapporto con il territorio e ad accrescere le distanze dal consumatore.

 

L’indebolimento di tali rapporti genera squilibri che, in assenza di una pronta risposta politica, sono destinati a produrre effetti irreversibili nella determinazione dei futuri modelli di sviluppo socio-economico.

 

Occorre dunque operare affinché agricoltori e cittadini “consumatori” abbiano la concreta possibilità di rendere convergenti i loro interessi e divenire, assieme, protagonisti di un nuovo e più equo modello di sviluppo territoriale fondato sui valori dell’agricoltura.

 

In particolare: il forte rapporto di complementarietà che lega agricoltori, consumatori e moderna distribuzione deve tradursi in un patto sociale forte, finalizzato a un modello di agricoltura che sia coerente con gli interessi della collettività e non più prevalentemente regolato in funzione delle logiche di profitto dei grandi gruppi oligopolisti.

 

Si apre una grande strada per il futuro dell’agricoltura e del Paese. Si può percorrerla con fiducia anche perché sono maturi i tempi per costruire momenti di unità d’azione, sulle questioni di fondo, fra le organizzazioni degli agricoltori, dei consumatori, dell’ambientalismo, di settori della distribuzione, del commercio, dell’artigianato, della scienza, della cultura – ferme restando le peculiarità storiche di ciascun soggetto.

 

In questo contesto il carattere multifunzionale dell’impresa agricola assomiglia al ruolo della cellula nell’organismo: più essa è sana e dinamica, e interagisce efficacemente con le altre, più l’intero organismo è vitale.

Proprio di questo ha bisogno l’Italia.

 

Paolo BEDONI

Presidente COLDIRETTI

Andrea BERTOLDI

Presidente ASSOBIO

Roberto BURDESE

Presidente SLOW FOOD ITALIA

Mario CAPANNA

Presidente CONSIGLIO DIRITTI GENETICI

Michele CANDOTTI

Segretario Generale WWF

Roberto DELLA SETA

Presidente LEGAMBIENTE

Andrea FERRANTE

Presidente AIAB

Giorgio GUERRINI

Presidente CONFARTIGIANATO

Ernesto LANDI

Presidente ORDINE DEI BIOLOGI

Elio LANNUTTI

Presidente ADUSBEF

Sandro MOSCARDI

Presidente CNA ALIMENTARE

Andrea OLIVERO

Presidente ACLI

Giuseppe POLITI

Presidente CONFEDERAZIONE ITALIANA AGRICOLTORI

Guido POLLICE

Presidente VAS

Mario PRESTAMBURGO

Presidente SOCIETA’ DI ECONOMIA AGRARIA

Carlo RIENZI

Presidente CODACONS

Vincenzo TASSINARI

Presidente COOP-ITALIA

Rosario TREFILETTI

Presidente FEDERCONSUMATORI

   
 
 

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