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Il comune di Trevico, piccolo centro abitato della provincia di Avellino, per la sua posizione altimetrica è definito il "Tetto dell'Irpinia", difatti  con i suoi 1094 m. s.l.m. rappresenta il paese più alto della Provincia di Avellino.

 

Il centro abitato è situato su un monte staccato dagli altri dell’Appennino, perciò sembra posto su un altopiano che sorge in una immensa vallata. La posizione è tale che nelle giornate prive di umidità si osserva un panorama immenso che va dall’Adriatico (Golfo di Manfredonia) al Vesuvio; dal Vulture e da altri monti della Lucania al Molise. Nelle serate estive è possibile scorgere le luci di circa 40 comuni fra le province di Foggia, Potenza, Benevento, oltre che dell’intera Irpinia.

 

Difficile risalire alle sue origini. I reperti archeologici rinvenuti nella zona, fanno risalire la presenza abitativa al II millennio a.C. Ma l'attestazione più accreditata dell’esistenza di Trevico è quella derivante dalla citazione del poeta latino Quinto Orazio Flacco nato nell’anno 65 a.C., nella sua V Satira libro1, nella quale il poeta parla del suo viaggio effettuato nel 37 a.C. che lo condusse da Roma a Brindisi. Scopo della spedizione era una ambasceria di diplomazia e di mediazione affidata in particolare a Mecenate nella vertenza fra Ottaviano e Antonio. Dopo una sosta a Benevento, raggiunta sulla via Appia, percorso 25 miglia = km 37 nel nono giorno del viaggio, oltrepassata Aeclanum ed immessasi sulla via Minucia, prescelta da Mecenate, la spedizione si fermò appunto nei pressi di Trevico in una "Taberna" dai posteri individuata nella "Taverna delle noci".

 

Egli racconta la sua sosta notturna in una locanda presso un trivio in territorio di TRIVICUM, ove passarono una notte soffrendo per il fumo che usciva dal fuoco di frasche umide e verdi e ripresero il cammino per Ascoli Satriano.

 

Si riporta di seguito una foto che a dir di popolo dovrebbe rappresentare la Taverna citata da Orazio.

Questo ricordo dei luoghi, induce a considerare Trevico d’origine certamente pre-crictiana, non essendo possibile ritenerla sorta proprio nel tempo del passaggio di Orazio i cui versi, a ricordo, sono stati incisi sulla pietra all’ingresso di Trevico, di cui si riporta una foto:

 

Trevico sorge sulla Via Minucia che da Aeclanum raggiunge la Puglia, attraversando la Valle dell’Ufita, la Baronia prima e la Valle del Calaggio dopo. Trevico e l’intera Baronia occupavano nel sistema viario una rimarchevole posizione perdutasi nell’Evo Moderno.

 

Nel Medioevo fu una potente rocca forte, indicata come capitale di Vico, e posta a guardia di una vasta "Baronia" di cui era anche sede vescovile, centro politico e amministrativo.

 

Nel XVII secolo Trevico ricadeva nel territorio del Principato Ultra, e i paesi di Anzano, Scampitella e Trevico facevano tenimento di Trevico. Per moltissimi secoli, le località che facevano capo alla città di Trevico erano collegate da vie mulattiere adatte solamente in alcuni tratti ai carri agricoli trainati da buoi.  Nel 1853 il sindaco Don Luigi Arminio fece presente al governo di Napoli che Trevico aveva bisogno di una strada di collegamento con Grottaminarda, ma la proposta non fu presa in considerazione. Caduto il Regno delle Due Sicilie, il Governo promise danaro a tutti i comuni per la costruzione di strade e opere pubbliche, ed in tal modo fu progettata la strada Trevico - Sella Coppola. Il comune affidò l’incarico all’Ing. Giacomo Ferrara per il relativo progetto che, però, non fu approvato per la pendenza eccessiva del tracciato. Solo nel 1881 essa fu realizzata su una lunghezza di circa 7.000 metri. L’appalto fu aggiudicato a una ditta locale ed il sindaco del tempo, Sig. Nicola Petrilli, con l’impegno di tutto il consiglio, riuscì persino ad accorciare i tempi stabiliti per ultimare i lavori.

 

Questa strada, a distanza di un secolo non ha subito danni; gli scoli, le opere murarie, sono intatte ad eccezione di due ponti ricostruiti perché abbattuti dalle truppe Tedesche durante la seconda guerra mondiale.

Per Trevico è stato un grande onore avere l’appellativo di Città. Esso era dato solo a paesi di antiche origini che avevano fra le mura autorità superiori come vescovi: "dicitur civitas quae habet episcopum". Il primo Vescovo di Trevico fu Benedetto nel 964, l’ultimo fu Agostino Gregorio Golini di Giuliano (Aversa) eletto il 27/02/1792 e morto nel 1810.

 

Il 4 agosto 1422 fu eletto Vescovo Nicolò Saraceno Carbonelli che era originario di Trevico.

Sempre a Trevico è nato e vissuto intorno all’800 l’illustre teologo Don Andrea Calabrese che ebbe l’onore di essere nominato dal grande storico Momsen, corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico e cittadino onorario di Berlino, Don Andrea ha lasciato numerosi e preziosissimi manoscritti, sia sul nostro santuario di Maria S.S. della Libera che su antiche iscrizioni rinvenute nel territorio di Trevico,  in uno dei suoi scritti narra che la attuale Cattedrale di Trevico, risaliva al tempo dell’invasione dei vandali (455-534) e fu costruita dal vescovo Africano S. Marco, sul tempio distrutto della Dea Trivia quando il paese era ancora Pagano. Don Andrea Calabrese

 

Per alcuni secoli la Chiesa che si sviluppa su una superficie di quattrocento metri quadri veniva utilizzata come cimitero, è stata battezzata Cattedrale quando Trevico  è stata elevata a Diocesi, e ivi la sede vescovile è rimasta per circa un millennio, fino al 1818, anno in cui, dopo il passaggio al Regno delle Due Sicilie, fu unita alla Diocesi di Lacedonia, perdendo così la sua sede vescovile.

 

La Cattedrale dedicata a S.S.ma Assunta, è stata nel corso degli anni oggetto di vari interventi sia strutturali che architettonici, ripulita dai resti del cimitero solo recentemente, l’ingresso principale è ricavato nel torrino del campanile. Il tetto della chiesa riparato a seguito del terremoto del 1930, è stato ricostruito dopo il crollo parziale avutosi con l’evento tellurico del novembre 1980 che ha causato ingenti danni a tutta la struttura, infatti si è reso necessario intervenire con la realizzazione di micropali in cemento iniettati nelle fondazioni con la tecnica della carotide, è stato fatto il placcaggio delle mura,  negli ultimi anni sono stati eseguiti interventi di recupero e ricostruzione sia della Cattedrale che del Campanile, attualmente oltre all’Assunta vengono venerati questi altri Santi : S. Anna, S. Antonio,  Maria S.S.ma della Libera e S. Euplio che rappresenta il protettore del paese. In particolare c’e da dire in merito che ogni anno l’8 settembre, si festeggia la venerata Madonna Maria S.S.ma della Libera . Giorno in cui una volta si svolgeva nella stessa occasione una grande fiera di bestiame perché tantissima era la gente che si recava a Trevico a piedi dai paesi limitrofi per venerarla. Molti erano i commercianti che in tale occasione si spostavano al paese con la loro attività tant’è che dovevano fare una richiesta al Comune in carta da bollo.

Oggi la festa attira ancora molti fedeli ma la fiera è quasi scomparsa.

 

Bisogna citare che uno degli eventi accaduti in cui i fedeli si sono rivolti alla Madonna della Libera per grazia ricevuta è stato il giorno 9 aprile del 1958, in località, Vallone dell’Erro di Trevico, violente e continue scosse telluriche provocarono uno sprofondamento di oltre dieci milioni di metri cubi di terreno. La voragine ingoiò sette case coloniche. Trentuno persone, durante il disastro, invocarono la Miracolosa Madonna della Libera, verso la quale erano ardenti devoti, affinché la sua potenza li salvasse da morte sicura. Mentre la notevole massa si muoveva inghiottendo case, pagliai e animali, i sinistrati tutti ringraziarono la miracolosa Madonna della Libera per lo scampato pericolo.

 

Trevico, città fortificata, aveva il centro abitato interamente delimitato dalle mura, solo tre erano le possibilità di accesso all’interno, rappresentate dalle seguenti tre porte:

Porta Jacovella o Port’Albero = Port’Alba, forse chiamata così perchè esposta verso oriente. Vi è incisa una data, 1578 ed è in ottimo stato di conservazione.

 

Porta del Ricetto. Esposta a Mezzogiorno, adiacente all’attuale casa Calabrese; dava verso l’Ariella che allora era "foresta". Di questa porta esiste notizia dal 1335.

Porta dei Calderai. Esposta a Ponente in prossimità di casa Ippolito Petrilli. Dava verso i casali della Baronia e verso Aeclanum. Nel 1715 i resti di questa porta furono trasferiti presso l’attuale casa Calabrese ove una lapide ne ricorda ancora l’evento. Non è nota la ragione del trasferimento.

 

Cinto tra le mura, sorgeva il Castello, considerato del basso Medioevo anche se alcuni visitatori, tra cui l’illustre e dotto Padre Pio Ciuti,  da una analisi della qualità del materiale di costruzione, in particolare dei mattoni, malta tenacissima superiore agli attuali cementi, ritengono che trattasi di costruzione romana. All’esterno delle mura, sul lato sud in prossimità dei resti del castello, attraversato da una strada non pavimentata, è possibile ammirare il  così detto "Bosco dell’Impero" dove fuoriescono altissime querce, e vegetazione d’alto fusto.

Per tutto il basso medioevo, ed anche dopo, esso fu abitato da baroni e da marchesi che ne fecero un centro di sicuro dominio. Il castello aveva nel suo interno officine, molini, depositi di vettovaglie. Il castello ha subito varie barbarie, infatti incoscienti, ignari della grandezza pubblica, ne fecero una cava di mattoni e di pietre per costruire le proprie case.

 

Adesso esistono solo ruderi fra i quali spicca una nuova costruzione dell’aeronautica militare. Di fatto, dovendosi sul luogo, nel 1951, costruire una stazione per l’aeronautica militare, si demolì con l’uso di mine parte della muraglia che cingeva la città. Il paese oggi si presenta con un impianto urbanistico a matrice medioevale pressoché intatto. Il centro storico è arroccato nel punto più elevato e ruota intorno ai ruderi del Castello e alla Cattedrale che, con la sua Torre Campanaria, domina dall'alto le vallate circostanti.

 

Di fronte alla cattedrale, negli anni successivi alla prima guerra Mondiale 1915-18 e alla Seconda 1940-43, per iniziativa del concittadino prof. Nicola Ferrara, illustre docente presso l’università di Napoli sorse la piazza a lui intitolata “Piazza Ferrara” e il monumento ai caduti, ad opera del prof. Nasti di Napoli, sormontato da un’aquila in procinto di spiccare il volo,  ai lati del monumento sono incisi i nomi dei concittadini morti in combattimento.

Moltissime furono le persone che contribuirono alle spese per la realizzazione del monumento ed anche i nostri emigranti in America contribuirono con offerte molto generose.

 

Il periodo che interessò le due guerre, fu vissuto con grande sofferenza sia dai Trevicani che dai cittadini dei paesi vicini, data la difficoltà nel reperire i beni di prima necessità, e data la grande difficoltà per i cittadini dislocati nelle campagne e nelle frazioni vicine nel raggiungere la roccaforte per l’approvvigionamento degli stessi.

A testimonianza di ciò, nell’archivio di Trevico sui caduti delle due guerre mondiali esiste, oltre a corrispondenze varie, una carta annonarie individuale per pane e generi da minestra (paste e riso) valida per i mesi da Novembre a Febbraio del 1943, riservata ai giovani da 9 a 18 anni.

 

L’intestatario doveva presentare la carta nei giorni stabiliti al fornitore prescelto il quale, doveva porre il timbro della sua ditta e la sua firma, tagliare e ritirare la cedola stessa. Inoltre si obbligava a fornire i generi prenotati. Le prenotazioni non erano esecutive una volta scaduto il termine prescritto. I tagliandi non usufruiti nel periodo di validità, non davano diritto a prelevare le corrispondenti razioni.

 

Tra la prima e la seconda guerra mondiale venne realizzata nella Baronia una importante strada di collegamento tra i paesi di Trevico- Scampitella e Anzano. Essa ebbe inizio dopo il terremoto del 1930 per volere del Ministro di Crollalanza che venne di persona in queste zone per constatare i danni causati dal terremoto. In meno di un anno iniziarono i lavori e furono completati a regola d’arte tant’è che questa strada è quella che abbiamo oggi e che attraversa tutte le borgate di: Molini, Coccaro, Trevico, Lungarella, Serro d’Annunzio, Toto, e rappresenta la strada più importante che ci unisce a Scampitella e ad Anzano di Puglia.

 

Inizialmente  Trevico possedeva un vastissimo territorio, col passare dei secoli queste frazioni vicine acquistano mano mano indipendenza fino a chiedere l’autonomia amministrativa, ciò avviene dapprima tra i secoli XIV-XV, per i casali di Carife, Castello della Baronia, San Nicola della Baronia, San Sossio della Baronia, e più tardi nel 1810 per Anzano, nel 1948 per Scampitella, nel 1958 per Trevico.

 

Anzano si affaccia alla storia nel 841 come parte di feudo. Fino al 1310 fa parte del Principato Citra e solo nel 1343 fa parte della Baronia di Vico e di Flumeri (federazione di casali i cui abitanti circolavano liberamente ed avevano beni in promiscuità, legnare, acquare e pascoli su tutto il territorio). Nel 1487 risulta casale accorpato al territorio di Trevico ed è disabitato sia per la guerra che per calamità come terremoto e peste. Solo nel 1700 si ripopola. Si costruiscono pagliai, ricoveri per animali, masserie abitate fino agli anni ’50.

Diventa autonoma nel 1808 ma deve aspettare il 1819 per dividere i confini ed il territorio con Trevico. Nel 1860 diviene di nuovo Anzano degli Irpini e ripassa sotto la provincia di Avellino. Nel 1929, ridiviene Anzano di Puglia ripassando alla provincia di Foggia, insieme ad Accadia e Monteleone. Nel 1946, dopo il dopo-guerra, alcuni deputati di Avellino desideravano riavere Anzano, ma il consiglio comunale di Anzano, riunitosi con gli abitanti, si espressero così: "Ci consideriamo e siamo Irpini, ma preferiamo restare con Foggia".

 

Le cause di questa perdita progressiva di potere sono sicuramente da ricercarsi nel fatto che nel tempo l’andamento demografico é diminuito nella città di Trevico ed è aumentato nelle zone limitrofe, quest’ultime dislocate e per di più distanti dal centro abitato. I mezzi di comunicazione creati con tanti sforzi in quei tempi tra frazioni e capoluoghi, piuttosto che unire sono serviti a dividere, infatti: lontananza dal centro di Trevico, incremento demografico delle frazioni, periodo caotico e triste del dopo guerra hanno comportato l’elevazione a comuni autonomi delle frazioni di Scampitella nel 1948, con una prima deliberazione del consiglio comunale del 1945, mentre era sindaco il Dott. Isidoro Calabrese, e di Trevico nel 1958.          

 

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, si è avuto anche un altro avvenimento e cioè: l’inizio degli anni dell’emigrazione di intere famiglie, specialmente al sud, che si spostavano altrove in cerca di fortuna. Il fenomeno dell’emigrazione, nelle nostre zone, si è protratto fino a dopo gli anni sessanta in quanto la situazione economica in tutta l’Italia peggiorò.

 

La povertà in questi paesi, rispetto alla restante parte della nazione, era più grave. Tanti giovani partirono per la guerra prima e dopo l’emigrazione, in tenera età, solo per non morire di fame. Quando d’inverno, la gente non poteva andare nemmeno a trovare verdure nei campi come alimento; si arrangiava con  cicorie selvatiche, ovvero verdure che venivano date solo agli animali. Il proverbio diceva  "verdura mista spegni la luce e bagna la pizza di granone", perché solo così non vedi cosa mangi.

 

In questi anni molti padri di famiglia si precipitarono in comune dicendo di voler emigrare perché non avevano di che sfamare i propri figli. Così una trentina di contadini, insieme al sindaco del tempo, andarono all’Ufficio Provinciale del Lavoro ad Avellino. In quel periodo, solo la Francia reclutò stagionalmente qualche centinaio di lavoratori nelle nostre province. In brevissimo tempo, solo da Trevico riuscirono a partire 143 lavoratori fra i più bisognosi, da qui il progressivo ridursi del numero di abitanti residenti. Triste conseguenza dell’emigrazione è l’annullamento delle proprie origini e tradizioni. Un trevicano sposa una persona del posto in cui emigra, forma una famiglia che vivrà lontano dal suo paese di origine. Questa formula si ripete anche per i suoi figli e i suoi nipoti. Dopo varie generazioni l’origine geografica verrà persa e insieme ad essa tradizioni, dialetti e ultura locali.

 

A proposito di emigrazione è da ricordare il film di Ettore Scola * "Trevico – Torino", che testimonia l’emigrazione dei nostri paesani nel nord Italia.  Ettore Scola è nato a Trevico nel 1931, regista cinematografico e noto sceneggiatore . Durante la sua adolescenza trascorreva i mesi estivi a Trevico, in casa dei nonni paterni. Fin da giovane scriveva e disegnava vignette sul Marc’Aurelio e sul Travaso e con i primi guadagni si comprò la sua prima motocicletta. Diversi i riconoscimenti: nel 1965 ebbe il nastro d’argento per il film "Io lo conoscevo bene"; nel 1964 ha esordito nella regia e nel 1970 si è messo in luce con il "Dramma della gelosia". Seguono "Trevico – Torino", "C’eravamo tanto amati", vincitore al Festival di Mosca nel 1975. Altri film importanti come sceneggiatore e regista sono: "Una giornata particolare", "La terrazza","La cena",  e per ultimo “Gente di Roma”. uscito nelle sale cinematografiche nell’anno appena trascorso. Trevico paese ricco di memorie storiche che si riflettono nel suo centro antico caratterizzato da: vicoli, rampe di scale, cortili, terrazzi ricolmi di vasi fioriti, portali,  case gentilizie, la bellissima Port'Alba, i ruderi del Castello,  la splendida Cripta, la Cattedrale con le sue pareti affrescate d'epoca medievale, testimonia l'importanza di un passato che ad oggi continua a restituire, i fasti e le vestigia di un tempo.

 

La posizione geografica consente ora come prima di spaziare con lo sguardo sui vastissimi orizzonti, dall'Adriatico al Vesuvio fino alla Maiella, in particolare dal Belvedere di Sant Antuono e dall’Ariella, tutto ciò rappresenta per Trevico una bellezza naturale sul piano ambientale paesaggistico, da invidiare, che potrebbe essere utilizzata per favorire e promuovere delle attività di tipo di turismo-culturali.

 
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